Intervista al professor Carlo Da Pozzo, ordinario di Geografia all’Universtà di Pisa
Direttore scientifico della prima edizione del festival dell’ambniente Ecomeeting, a Massa dal 14 al 16 settembre.
D. Si fa un gran parlare di ambiente e di criticità ambientali. È
importante solo che se ne parli o come se ne parla?
R. La domanda coglie perfettamente il contesto contemporaneo: c’era una volta, negli anni ’60 del 900, la necessità di parlare –e tanto– dell’ambiente perché le contraddizioni prodotte da certe territorializzazioni imponevano di costruire una ‘coscienza ambientale’, nel senso che occorreva rendersi conto che il nostro mondo, il supporto fisico dell’umanità, non era né invulnerabile, né infinito e che quanto più l’uomo cresceva, quantitativamente e qualitativamente, tanto più doveva prestare attenzione agli effetti e alle retroazioni che andava producendo. Il parlare dei problemi produsse l’effetto di suscitare, più o meno velocemente, più o meno compiutamente, attenzione e coscienza; ma quarant’anni dopo, non si può, per continuare a parlare, caricare le tinte e invocar catastrofi ad ogni pié sospinto: il boomerang della perdita di credibilità (talvolta del ridicolo) è dietro l’angolo, Diventa quindi fondamentale il “come se ne parla”: credo che occorra tornare a toni scientifici e pacati, operativi nel reale e non retorici o utopistici, dialoganti con la cultura prima ancora che con lo spettacolo.
D. Un regista, uno scrittore, un filosofo, degli artisti sono nel cast
di Ecomeeting. La cultura al servizio dell’ambiente?
R. Non si producono cambiamenti di coscienza, né di modo di affrontare e risolvere i problemi, se non cambia l’informazione che li produce: l’uomo costruisce il territorio con il suo lavoro, cioè con un’energia modellata da un’informazione; e l’informazione deve essere il prodotto principale della cultura, che non conosce separazione fra area delle lettere e area delle scienze, fra arte e ingegneria, fra biblioteche e laboratori, perché è prima di tutto maturazione dell’uomo e della sua capacità di pensare e di agire. Per questo il cast, dove c’è anche uno scienziato, diventa significativo della necessità di un nuovo umanesimo in soccorso, per così dire, della maturazione che serve oggi.
D. Pensa quindi che “I segni e le parole” facciano la differenza?
cambino il modo di pensare delle persone?
R. Certamente, e sono, in questo, in buona compagnia, a partire dalla filosofia milesia per arrivare agli sviluppi contemporanei di semiologia, semiotica e comunicazione. Proprio per questa loro efficacia, proprio perché i nostri limiti al loro proposito diventano anche i limiti del nostro mondo, come diceva Wittgenstein, dobbiamo prestarvi estrema cura ed attenzione, dobbiamo coltivarli come un terreno prezioso per la produzione e la diffusione di informazione culturalmente fondata.
D. Ambiente ed ecologia sono parole spesso abusate. Lei che definizione
ne darebbe?
R. Quella letterale: ambiente è tutto ciò che circonda un soggetto; quindi il mio ambiente non è soltanto la parte fisica o non antropica (monti, mare, boschi, animali, ecc.) che mi sta intorno, ma anche la società umana nella quale vivo. Ecologia è la scienza che dovrebbe studiare, in termini sistemici, il funzionamento del Sistema Terra.
D. Qual è il ruolo dell’Università di Pisa nell’organizzazione di
Ecomeeting?
R. La convenzione siglata fra l’Amministrazione Provinciale di Massa e il Centro interdisciplinare di ricerche e di servizi sulla comunicazione (C.I.C.O.) dell’Università di Pisa assegna a quest’ultimo il compito di organizzare la parte scientifica e comunicativa; e, al di fuori del formalismo, voglio dire che siamo stati ben felici di porre l’esperienza e la rete di conoscenze, relazioni e competenze, che il Centro e i Master in comunicazione della Facoltà di Lettere hanno accumulato in questi anni, al servizio dell’Ecomeeting.
D. Lei, in qualità di geografo, come vede il futuro del pianeta?
R. Una risposta meditata avrebbe bisogno di una conferenza; tento di cavarmela con una battuta: non mi preoccupa il futuro del pianeta (gli “abitanti” dinosauri sono scomparsi ma il pianeta è sopravissuto) bensì quello dell’uomo, se non ritorna a fondarsi più sulla scienza che sulla tecnologia, se non impara a pensare prima di fare, se non prende coscienza che il suo lato materiale ha dei limiti di finitezza e che non si possono perciò avere crescite illimitate, né di popolazione, né di consumi.
D. Per tornare invece all’ambiente che viviamo da vicino e ai luoghi
del festival, ritiene che il turismo possa essere anche un modo per
salvaguardare un luogo?
R. Ancora una volta dipende da come si fa e, visto che siamo in chiusura, non voglio anticipare quanto potremo imparare proprio in apertura da Jean Pierre Lozato-Giotart, che è uno dei massimi esperti mondiali proprio di turismo e dei problemi legati alla sua territorializzazione in armonia con le possibilità che l’ambiente fisico offre alle diverse localizzazioni.